UN POETA ROMANO IN SVIZZERA: A VOI LUCA BIONDI

“Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita.”
(Alda Merini)

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Circa un anno fa, qualcuno mi disse che un poeta romano era appena approdato in Svizzera. Ho risposto che mi sarebbe piaciuto invitarlo nel salotto virtuale del mio blog, ma ho pensato che bisognasse prima scaldare l’atmosfera per accogliere i versi nella maniera dovuta. Ho provato a ricontattare Luca Biondi, che con prontezza e generosità ha scelto di rispondere ad alcune domande preparate appositamente per lui.

Luca, tuttavia, mi ha confessato che non ama molto la fotografia e cosí ho chiesto alla mia amica Francesca Puleo, anche lei romana in Svizzera, di contribuire a questa intervista con delle immagini. Visto che tra paesane (e tra amiche soprattutto) ci si aiuta, Francesca non è stata da meno, e dunque le foto che accompagnano questa intervista appartengono a lei. Siete pronti allora a conoscere Luca? Andiamo!

Ciao, benvenuto. Quando ci siamo sentiti per questa intervista, tu eri appena arrivato in Svizzera. Cosa ti è apparso curioso, diverso dalla tua vita romana? Cosa ancora ti stupisce?
La prima cosa che mi viene in mente, è il fatto di non poter parcheggiare dove mi pare, è una cosa che da romano mi fa soffrire da morire, inventarti un parcheggio, e non poterlo utilizzare, perché sarebbe visto in malo modo, oltre il rischio elevato di una multa. Un’altra cosa che mi incuriosisce è il silenzio che cala insieme alla notte, camminare per le vie che sembrano deserte e disabitate, già alle 21.00 di sera, è una cosa che da romano non sono abituato a fare, e in qualche modo mi fa tristezza, perché ti fa sentire solo al mondo, a Roma questa sensazione non l’ho mai avuta. Mi stupisce ancora il viso della gente, che quando mi sente parlare, non crede che io possa essere svizzero, per via del mio accento romano, e come modificano in base a questa informazione il loro rapportarsi con me. Mi stupisce la chiusura mentale di questa gente, di questo popolo, poco propenso ad aprirsi, ad accettare il diverso, lo straniero. Mi stupisce questo bisogno di alcolizzarsi la sera per poter abbattere i muri della timidezza, si ubriacano per avere il coraggio di corteggiare una donna, e viceversa. Mi stupisce il fatto che se osservi una donna insistentemente ti prendono per maniaco, mentre a Roma, invece, potresti avere in cambio un sorriso. Mi stupisce che per poter vivere devo pagare un’assicurazione malattia, è come se le assicurazioni scommettono sulla mia salute, da italiano questa cosa mi è davvero difficile da digerire.

Qual è il motivo del tuo trasferimento? Perché la Svizzera? Perché Friburgo?
Il motivo del mio trasferimento, è la possibilità di potere avere una dignità di uomo, un lavoro retribuito, e la possibilità eventualmente di potermi costruire una famiglia, cose che a Roma mi erano precluse, per via dei lavori in nero, a progetto, dover passare le “sole” per poter maturare un salario indecente, la disoccupazione cronica.

La Svizzera l’ho scelta perché avendo la doppia cittadinanza speravo di avere più chance di lavoro, e soprattutto un salario che in Italia sarebbe impensabile.
Ti devo aggiornare, da Friburgo mi sono spostato in Ticino, adesso abito vicino a Lugano. La scelta è stata quasi obbligata, poiché non sapendo il tedesco ero precluso da quasi tutti i lavori e speravo, venendo in Ticino, di aumentare le mie possibilità.  Ma ciò che mi ha spinto in questi lidi è stato il bisogno del sole, e soprattutto la vicinanza con l’Italia, sapere Roma a sei ore di macchina me la fa apparire più vicina. In qualche modo quando mi affaccio dalla finestra e vedo il confine italiano mi rassicuro, mi fa sentire meno lontano dalla mia terra, anche se allo stesso tempo cresce la nostalgia.

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A quale abitudine della tua vecchia vita non sai proprio rinunciare?
Credo di aver rinunciato a tutte le mie vecchie abitudini, l’unica che mi è rimasta è la partita della “maggica” (A.S.Roma), che qui riesco a seguire abbastanza bene, senza dover impazzire appresso allo streaming.

Hai difficoltà con la lingua?
Un mio limite sin da quando ero bambino è proprio la lingua. L’inglese nonostante gli studi, gli sforzi dei miei, i viaggi, non c’è verso d’impararlo, lo parlo poco e male, anche se lo comprendo abbastanza bene. Il tedesco lo detesto, e non voglio impararmelo, il francese lo so, lo comprendo, ma non è molto buono, anche se me la cavo. Fortunatamente in Ticino si parla italiano, e quindi questi problemi qui non li ho.

Ti definisci un poeta romano. Com’è nata questa passione? Continui a scrivere pur essendo lontano da Roma?
Prima di tutto, non sono io che mi definisco poeta, ma sono gli altri che mi hanno dato questo attestato, dal canto mio mi sento più un giocoliere delle parole, che si diverte a metterle in croce e in esse cercare di veicolare un significato.

La passione, se si può chiamare così, (per me è pura magia), nasce a causa di una donna, che mi dedicò una poesia. Lei era un’ artista, e mi inchiodò con 25 parole in una pagina bianca. La più bella poesia che ho mai letto, perché forse parlava di me. Comunque sia mi sentii in debito nei suoi confronti, e cominciai a scriverle dei versi. La cosa bizzarra è che per quanto provassi e riprovassi, non usciva niente, niente che mi piacesse, che potesse essere all’altezza della sua poesia. Poi nello stesso periodo conobbi un’altra donna, e voilat, uscirono come per magia i miei primi versi, e nonostante che fosse stata scritta per un’altra, la dedicai all’artista, la quale si riconobbe nella poesia, e le piacque tantissimo. Questa cosa mi stupì parecchio, mi attraeva il pensiero di come le parole potevano essere fatte proprie anche se erano scritte per un’altra persona.  E’ come intercettare il pensiero, il sentire comune, e metterlo in versi, denudarlo, e in qualche modo far sapere al mondo di non essere i soli a sentire quelle sensazioni, non saprei descriverlo in altra maniera.
Mi dispiace dirlo ma la Svizzera non è posto per poeti, per fare poesia. Forse se sei famoso e conosciuto allora si, ma per un poeta in erba lo sconsiglio vivamente. Qui è tutto molto materiale, lineare, regolarizzato, standardizzato. Secondo me un poeta qui ha difficoltà a vivere, a trovare l’ispirazione. A Roma per esempio ero incentivato a fare street poetry (ovvero abbellire, con dei versi, un cassonetto, il retro di un segnale stradale, la cassetta dell’elettricità vicino a una fermata di un autobus o sulle transenne di un ponte), qui invece non ho voglia di farlo, perché non sarebbe capito, verrebbe visto come un atto vandalico, non ne varrebbe la pena.

Le tue poesie sono una dichiarazione d’amore a Roma, o la Città Eterna è semplicemente lo sfondo delle tue storie?
Vedi, io vedo Roma come una donna, un’amica, un’amante, una mamma, una puttana. Non credo che i miei versi siano dichiarazioni d’amore, o che Roma sia una semplice cornice alle mie poesie. E’ un qualcosa di molto più profondo, è un legame di sangue che ho con questa città. E’ un bisogno, il mio, di renderle omaggio, e in qualche modo di denunciare tutte le cose che non vanno e che non funzionano. Più che Roma, io racconto il popolo romano. La mia profonda ambizione è di diventare la voce del popolo. Quando inizio le mie poesie con il “Dicheno …”, è proprio questo che voglio sottolineare. Che non sono io che parlo, non è il mio pensiero, ma è quello che ho raccolto in giro parlando con la gente.

Roma per me è la luce che illumina i romani.

“Scriveresti un sonetto per Friburgo?
No, e non credo che lo farò, è troppo fredda come città.

Se avessi la bacchetta magica, qual è la prima cosa che cambieresti di Roma?
Niente, non cambierei niente. Io amo Roma così com’è. Mi sono reso conto che quando ami davvero qualcuno, non cerchi di cambiarlo, ma accetti i suoi difetti. E la lontananza da Roma mi ha fatto capire proprio questo, perché mi mancano anche i difetti di quella città, che in qualche modo la rendono unica al mondo.

Grazie del tuo tempo e della tua disponibilità. Prima dei saluti, ti va di lasciarci con un tuo sonetto (poesia)?

 Certo, ti lascio con:

Ciao Roma Ciao.

Oramai ce semo Roma.
E’ arrivato er fatidico momento
de quanno uno ce se saluta,
ben sapendo che la prossima volta
sarà tutto diverso.

Che anche io come l’altri
in sta città me sentirò straniero,
perché me mancherà sentire
er chiacchiericcio quotidiano de n’popolo
che sembra svejo,
ma che in realtà stà da sempre dormendo.

Ma come??
io che ero pronto a morì pe na rivoluzione,
m’aritrovo perso pe ste strade
intrise de sangue e de memorie,
senza manco un ideale a cui aggrappamme??

A Roma …
io te saluto e me ne vado oltre Alpe.
Così dall’alto delle montagne
te miro e te desidero
come farebbe er pupo

co le zinne da latte.

Ma poi me rendo conto da esse n’omo,
e come tutti quanti m’aritrovo
a mischiare er sentimento de frustrazione
co quello del disprezzo e del rancore.
E dateme retta …
nun ce stà ne Colosseo Tevere o Cupolone,
io Roma adesso
te odio co tutto er core!

Però poi me nasce er superbo pensiero
che tu voja mannamme via
pe fa de me il tuo più romantico messaggero.
Capace de descrivere in giro per il monno,
quanno una città se traveste
de stelle chiese e fontanelle,
e da ‘n riflesso de ‘n sampietrino
t’ammicca lasciandote senza respiro.
Per cui sai che te dico Roma??
Io te canto te lodo e te amo
e nun te dico addio
ma solo ciao Roma ciao.

Ciao Luca, e grazie.

A presto,

Alessandra

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